La maschera copre
il volto della persona ma ne rivela altre qualità, quelle più nascoste, in essa
vive, potenzialmente, quanto può essere portato alla luce. E’ un prodotto
individuale, irripetibile che contiene le proiezioni dell’inconscio del suo
autore. La sua forma, che evoca una rotondità di un mandala, racchiude istanze
personali che raggiungono la finitezza solo quando il suo autore sente di
averla completata. E’ importante, dopo la sua esecuzione, osservarla, spesso
accade di non riconoscerla, o di non riconoscersi. Il contatto, l’osservazione
evocano emozioni, ricordi, la concentrazione riporta a quel momento in cui si
era soli, alla sua nascita. Riconoscerla vuol dire donarle credibilità,
renderla una emanazione personale, indossarla vuol dire acquisire le sue
potenzialità, la sua energia, identificarsi in quei tratti che la definiscono.
L’aspetto arcaico delle
maschera costruite con la carta pesta rendono più regressiva l’esperienza. Spesso
i volti sono quasi deformi ed evocano immagini primitive di divinità, uomini,
animali. La maschera quando non è indossata richiama ad una sacralità
contemplativa, è un’immagine distaccata dal turbinio delle emozioni, che
osserva ed incute rispetto, timore. Nel movimento si anima, nel guardarla
suscita emozioni più umane, spesso una sorta di tenerezza per la sua
mostruosità, perché spesso le maschere sono poco armoniche, e il gesto e il
movimento di chi le indossa trasmette un’immagine impacciata che chiede ascolto,
chiede di poter esprimere, chiede di vivere.
Spesso sorgono
delle difficoltà da parte di chi la indossa, sia perché
essa è rigida e ruvida, sia perché molto spesso all’autore non piace la sua
fattezza; la maschera non corrisponde all’idea che aveva in mente, è diversa,
è lontana dal progetto iniziale, interrompe la comunicazione verbale, sembra
che non c’entri nulla con quello che si sta facendo: la maschera chiede di
intervenire, far ascoltare la propria voce che è meno potente della parola ma
senz’altro più autentica. (Patrizia Battaglia, Sandra Pascale)